Amarezza
che dolcemente giungi
in quest’ora greve
quasi tenue tremore
liberato dal fango della terra.
Così ti accolgo
come spirito incarnato d’antico tempo
a misurare lento
il passo dell’attesa.
In quella danza d’ombre,
germogliata ai confini
d’un colore senza fine.
E non ti vedo, ma respiro
il tuo profumo
-estasi ed oblio-
a sparger linimento
su quella piaga sempre aperta
dentro al cuore,
senza sapere da che parte
domani guarderò ai cieli,
per vedere sporgere
l’esile luce delle prime stelle
accese:
oltre i vetri della mia disperazione.
(Anonimo)
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